29 febbraio 2008

Ferrara. Assalto alla Metro, inizia un 'altro' processo

Ferrara. Assalto alla Metro, inizia un 'altro' processo

Si torna ancora a parlare di cosiddetta “Nuova mala del Brenta” in tribunale a Ferrara. Dopo le cinque condanne e due assoluzioni di martedì, ieri mattina sono comparsi in tribunali gli ultimi tre presunti componenti del commando che assalì nel dicembre 2002 il portavalori nei pressi dell’ingrosso della Metro. A differenza degli altri, che hanno optato per il giudizio abbreviato, Andrea Batacchi e i fratelli Angelo e Fabiano Meneghetti (difesi dallo studio dell’avvocato Franco Capuzzo del foro di Padova) hanno voluto seguire il rito ordinario. E così questa mattina si è tenuta l’udienza filtro per rapina a mano armata e tentato omicidio in concorso, nella quale è stata accolta, oltre a quella dell’agente Enzo Pontani già accolta in fase di udienza preliminare, la costituzione di parte civile di Riccardo Bassi (difeso dall’avvocato Sandro Felisati), una delle guardie giurate immobilizzate dai malviventi quella notte.

Il processo entrerà nel vivo con l’udienza fissata per il 10 aprile, quando verranno ascoltate le persone offese e i testimoni oculari spettatori involontari dell’assalto. Ma l’appuntamento più atteso è quello del 18 giugno, quando parlerà il “pentito” Stefano Galletto, già giudicato separatamente e da allora sottoposto a un programma di protezione. Per l’occasione l’intero collegio giudicante si trasferirà insieme alle parti a Padova o Bologna.

Una tangente da 97 milioni di euro per eliminare gli americani - cronaca - Repubblica.it

Una tangente da 97 milioni di euro per eliminare gli americani - cronaca - Repubblica.it

ROMA - La storia che muove le perquisizioni di Roma, Milano, Londra, che scuote il secondo gruppo industriale italiano, è, al momento, una storia di corruzione. In cui, se la ricostruzione proposta dall'istruttoria dei pubblici ministeri Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli è corretta, balla una tangente di 97 milioni di euro che, nella primavera del 2005, consegna l'azienda telefonica Wind, allora controllata da Enel, al finanziere egiziano Naguib Sawiris e alla sua "Orascom" per un prezzo nominale di 12,5 miliardi di euro (5 in meno di quanti, nel 1997, era costato ad Enel la start-up di Wind). Quei 97 milioni di euro - è l'ipotesi - servono infatti a convincere il management Enel a eliminare dalla trattativa gli americani di "Blackstone", oggettivamente più competitivi sia nell'offerta economica che nelle garanzie tecniche, e a oliare le ruote della politica.

A dispetto di un incipit apparentemente trasparente, l'affare è complesso e quantomeno controversi appaiono le mosse e il profilo dei suoi protagonisti. Nel maggio del 2005, l'allora amministratore delegato di Enel (oggi numero uno di Eni), Paolo Scaroni, annuncia che la trattativa per la cessione di Wind è chiusa con reciproca soddisfazione di compratore e venditore (il contratto sarà firmato in agosto). Sawiris rilancia infatti di 300 milioni l'offerta di "Blackstone" e chiude l'acquisto del gestore telefonico a 12,2 miliardi di euro. L'operazione ha due registi finanziari: le banche e un signore che si chiama Alessandro Benedetti, uomo che si muove all'ombra di Forza Italia, che ha conosciuto la galera nel '96, inquisito dalla Procura di Milano per bancarotta (sfugge alla condanna nel 2007 per prescrizione), casa e portafoglio a Londra, uffici, un tempo, a Palazzo Odescalchi, in piazza santi Apostoli, nel cuore di Roma (la società "Managest"). Benedetti mette a disposizione il veicolo societario sotto il cui controllo passerà Wind: la "Weather Investment", società lussemburghese di cui è presidente e che ha come socio lo stesso Sawiris.

Ma, soprattutto, definisce (attraverso la "Managest") l'architettura di un contratto in cui l'acquisto del gestore telefonico ha una peculiarità. Enel incassa dalla cessione 2,9 miliardi di euro cash, acquisendo contestualmente una partecipazione del 5 per cento nel capitale della stessa "Weather".

Sembra non se ne debba parlare più. Fino a quando, il 17 maggio dello scorso anno, Paolo Mondani firma per "Report" di Milena Gabanelli un'inchiesta televisiva ("Il mistero del Faraone") in cui un testimone, che chiede l'anonimato, denuncia una conduzione opaca dell'Enel della trattativa con Sawiris. Wind ed Enel protestano vivacemente per una rappresentazione dei fatti che dicono essere imprecisa e suggestiva. La Procura di Roma apre un'inchiesta contro ignoti.

I pubblici ministeri acquisiscono la documentazione finanziaria dell'operazione e ne colgono quelle che gli appaiono due significative anomalie. La prima è l'ingresso di Enel nel capitale della "Weather Investment". Perché - chiedono - Enel anziché scegliere la via più semplice di conservare una partecipazione azionaria di minoranza in Wind, decide di sottoscrivere un aumento di capitale della società del compratore, acquisendone una partecipazione? La risposta che si danno è una pessima notizia per Enel e per Sawiris. Perché così come congegnato, il contratto di compravendita - osservano - consente al finanziere egiziano di non spendere un solo centesimo di euro di tasca propria. Enel riconosce infatti un costo di transazione (transaction fee) per l'operazione pari a 414 milioni di euro. Vale a dire la somma matematica dei 317 milioni di euro di spese per la linea di credito bancaria accesa da Sawiris per entrare personalmente nella partita e dei 97 milioni di euro riconosciuti a Benedetti - che di "Weather" è presidente - a titolo di consulenze.

La seconda anomalia è il destino di quei 97 milioni di euro. Benedetti - per quello che le indagini della Procura avrebbero accertato documentalmente - fa rimbalzare più volte quel denaro attraverso una catena di società e conti esteri, frazionandolo a beneficio di destinatari finali della cui identità, allo stato, ancora non si sarebbe venuti a capo con certezza. Ma che fanno concludere alla Procura che quella somma tutto sia meno che una consulenza e, al contrario, somigli molto a una tangente.

Incassata da chi? In attesa che gli esiti delle perquisizioni diano o meno una risposta documentale, i due pubblici ministeri di Roma hanno in mano una qualche testimonianza non ancora decisiva che accusa l'ex direttore finanziario e oggi amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, e un testimone improvvisamente reticente, ora iscritto al registro degli indagati per il reato di false informazioni al pubblico ministero. L'uomo si chiama Tommaso Pompei. E' stato amministratore delegato di "Tiscali", ma è stato soprattutto, al momento della vendita a Sawiris, amministratore delegato di "Wind". La Procura accerta che è Pompei il misterioso testimone di "Report".

Ascolta la registrazione audio completa (anche quella dunque non andata in onda) del suo colloquio con Mondani in cui denuncia l'opacità del management Enel ed allude a tangenti alla politica, indicando in Benedetti (il consulente da 97 milioni di euro) l'uomo che le avrebbe distribuite. Eppure, al momento dell'interrogatorio, Pompei fa marcia indietro. Anche di fronte all'evidenza della registrazione, sostiene di essere stato "male interpretato".

Ne guadagna, come detto, un'iscrizione al registro degli indagati, e convince definitivamente i pubblici ministeri di Roma di essere sulla strada giusta. E dunque che sia necessario bussare, tanto per cominciare, anche alla porta di Salvatore Cirafici, ex ufficiale dei carabinieri, capo della sicurezza Wind (i suoi uffici sono stati perquisiti ieri), già apparso nella vicenda Telecom e ora ritenuto il custode di informazioni in grado di spiegare alcuni passaggi cruciali di questa vicenda. A cominciare dalle mosse curiosamente ondivaghe di Pompei nelle more della trattativa per la cessione di Wind, quando, dopo aver sostenuto con convinzione "Blackstone", sposerà la causa Sawiris, appoggiandosi proprio a Benedetti e alla sua "Managest". Per finire al ruolo e alla figura di Luigi Gubitosi, ex manager Fiat messo alla porta da Marchionne, chiamato nella nuova "Wind" al ruolo di direttore finanziario e ora, appunto, indagato per corruzione insieme a Benedetti, Sawiris e Conti.

(29 febbraio 2008)

28 febbraio 2008

Responsabilità del medico, struttura sanitaria pubblica o privata, indifferenza

Responsabilità del medico, struttura sanitaria pubblica o privata, indifferenza

Ferrara. Solvay, Legambiente chiede l'avocazione dell'inchiesta

Ferrara. Solvay, Legambiente chiede l'avocazione dell'inchiesta

La prima volta era solo una “minaccia”, un tentativo di dare uno scossone all’inchiesta. Ora la richiesta di avocazione alla procura di Bologna è realtà. È l’ultima carta in ordine di tempo che Legambiente vuole giocare per fare in modo che il caso Solvay non cada nel vuoto.

Dopo sette anni dal primo esposto in Procura per i casi di morti sospette per Cmv, Legambiente ha deciso che non è più possibile aspettare e ha presentato alla Procura generale di Bologna una richiesta di avocazione per il caso che coinvolge la multinazionale della chimica. “E’ stata una decisione estremamente sofferta – commenta la presidente di Legambiente Ferrara Marzia Marchi –, sulla quale ha pesato anche quanto successo a Marghera; ma, è proprio il caso di dirlo, a mali estremi estremi rimedi; se può servire quest’ennesimo atto di sollecitazione, ben venga”.


Sull’inchiesta, che vede aperto un fascicolo in procura per l’ipotesi di violazione dell’art. 437 (carenze in materia di igiene e sicurezza che determinano infortuni e malattie professionali), pende inesorabile la mannaia della prescrizione.

“A metà 2010, se non ci sarà una svolta procedurale – afferma David Zanforlini, il legale di Legambiente che assiste diversi ex dipendenti Solvay - delle decine di persone morte di tumore non si parlerà più. Il passo dell’avocazione (tecnicamente, la sostituzione delle attività di indagine da parte di un organo superiore, in questo caso la procura di Bologna, ndr) si è reso necessario perché qui finora non si è mosso praticamente nulla”.


Ora, se la richiesta di avocazione verrà accolta (ci sono 30 giorni di tempo) si aprono due possibilità, “o l’archiviazione o l’apertura del procedimento – prosegue Zanforlini -, ma almeno qualcosa si muoverà”. La speranza di ex dipendenti e familiari che hanno depositato gli esposti contro l’azienda che fino al 1998 trasformava all’interno del petrolchimico il gas cvm (il cloruro di vinile monomero, altamente cancerogeno) in pvc è quella di arrivare al rinvio a giudizio. “Di qui – aggiunge il legale – nel caso di una condanna in primo grado, sarebbe possibile agire per ottenere il risarcimento del danno”.


A spingere Legambiente a premere sull’acceleratore è stata anche la morte, la settimana scorsa, di Gilberto Pio, l’ex lavoratore Solvay della cui malattia nessuno era a conoscenza. Questo, secondo il legale di Legambiente, apre una serie di domande sull’operato della medicina del lavoro.

“Sono rimasto esterrefatto – ammette l’avvocato – nel sapere che il suo caso era seguito dalla medicina del lavoro e che il nome di Pio non risultasse dalle carte in mano alla procura. O c’è stata omissione in atto d’ufficio oppure l’uomo in realtà non era seguito e allora hanno mancato nel loro dovere di monitorare ogni sei mesi tutti gli ex dipendenti”.


Intanto proprio in questi giorni Comune e Filcem (la sigla dei chimici della Cgil) hanno annunciato la loro volontà di costituirsi parte civile nel caso si approdi a un processo. “Finalmente – esclama Marzia Marchi -; è da tempo che sollecitiamo passi come questo: meglio tardi che mai…”.

24 febbraio 2008 - Pedofilia, prof condannato lascia scuola: lavorerà in un ufficio della Regione con lo stesso stipendio

ECPAT-Italia - End Child Prostitution, Pornography And Trafficking

Prenderà servizio domani, ma non più nella scuola media di Pont-Saint-Martin. M. F., insegnante di musica condannato a due anni per reati collegati alla pedopornografia e riammesso dal giudice del lavoro alla sua professione di docente, andrà a lavorare al Centro per l’impiego di Verrès come impiegato di livello C2. E’ quanto ha annunciato poco fa il presidente della Regione, Luciano Caveri, che insieme all’assessore alla Cultura, Lurent Viérin, ha trovato un accordo con l’uomo e con il suo rappresentante legale, l’avvocato Giuseppe Greppi del foro di Casale Monferrato.

“E’ stato chiesto il collocamento fuori ruolo - ha spiegato Caveri - sulla base di quanto previsto dalla legge n. 57 del 1983 per il personale scolastico. E da domani mattina il suo lavoro si svolgerà nell’ufficio dell’impiego della bassa Valle”.

“Per noi - ha dichiarato l’assessore Viérin - si conclude una vicenda molto delicata con una soluzione che comunque protegge il mondo della scuola”. Soddisfatto anche il legale di M. F.: “Esprimo piena soddisfazione - ha detto l’avvocato Greppi - anche a nome del mio assistito per una strada che concilia l’interesse pubblico, della famiglia e della scuola”. “La persona collocata fuori ruolo - ha aggiunto l’avvocato - può chiedere in futuro di rientrare nella sua precedente professione, ma non è interesse del mio assistito avanzare una richiesta di questo genere". Greppi ha puntato il dito anche sulla bagarre mediatica che si è scatenata sulla vicenda: “Quanto si è detto e scritto in questi giorni ha confuso le acque e non ha giovato alla serenità della famiglia del mio cliente, soprattutto per i figli”.

fonte: Aosta Sera, AGI News

«Dai carabinieri una legnata morale» Corriere della Sera

«Dai carabinieri una legnata morale» Corriere della Sera

COMO - «Siamo stati a Como da McDonald's». Durante le sue dichiarazioni spontanee alla Corte d'Assise del capoluogo lariano, nel corso della nona udienza per la strage di Erba, Olindo Romano, imputato con la moglie Rosa Bazzi, è tornato alla versione iniziale, quella resa prima del suo fermo, per protestare la sua innocenza. Nella strage, l'11 dicembre del 2006, morirono quattro persone tra cui un bambino di poco più di due anni. «Quando arrivai c'era folla - ha raccontato Olindo - poi ho viso il signor Castagna, era un uomo distrutto. Abbiamo incrociato lo sguardo, mi vennero in mente le liti, le banalità, perchè lo insultavo». Poi un vicino, che era stato nell'appartamento gli disse che «era peggio di un film dell'orrore».

«LEGNATA MORALE» - Romano è tornato a parlare del suo rapporto con i carabinieri, che già nel precedente intervento in aula aveva accusato di avergli praticato un vero e proprio «lavaggio del cervello». «La cosa più brutta è quando mi prospettarono a che cosa andavo incontro - ha detto ripercorrendo il colloquio con due militari che, il 10 gennaio del 2007, andarono al carcere del Bassone di Como per prendergli le impronte digitali prospettandogli il rischio dell'ergastolo -. Mi diedero una legnata morale». «L'8 gennaio fu il giorno più brutto della mia vita - ha aggiunto Olindo - quando vennero i carabineri a prendermi pensavo mi portassero in caserma, invece mi trovai davanti all'ingresso del carcere. Ebbi l'impressione che fossimo due cani da abbandonare». Parlando poi della confessione ritrattata ha spiegato: «Che cosa dovevo confessare? Noi non abbiamo ucciso nessuno».

LE INTERCETTAZIONI - Prima del suo intervento erano state riproposte le intercettazioni ambientali raccolte dagli inquirenti. «E che ca... fanno perdere tempo a noi - diceva in un passaggio Rosa Bazzi -, continuano a chiamarci in caserma ed io devo ancora pulire le scale. Se invece sarebbero intervenuti prima non sarebbe successo quello che è successo. Che vadano ad interrogare quello là (Azouz, ndr) ed i suoi amici marocchini». Molte delle parole pronunciate sono incomprensibili ma quello che si può evincere, nel suo complesso, è l'assoluta tranquillità dei coniugi Romano che parlano di tutto cercando di evitare il più possibile discorsi legati alla strage, avvenuta sopra le loro teste. Da una delle intercettazioni pare di capire che i due coniugi sospettino essere intercettati. In poco meno di un mese sono state effettuate 2.088 intercettazioni ambientali attraverso cimici piazzate in casa (in particolare sulla testata del letto, in bagno, nella lavanderia, in cucina) e sull'auto. Nelle parti di intercettazioni proposte oggi ai giudici popolari e togati, si sentono Olindo e Rosetta «riflettere» sulla presenza di extracomunitari nella vecchia corte e sulla possibilità di andare ad abitare in un'altra parte.

L'INCIDENTE STRADALE - L'udienza dera iniziata in ritardo, a causa di un incidente stradale senza gravi condizioni di cui è stato protagonista il cellulare della penitenziaria che stava accompagnando in tribunale i due imputati. Nulla di significativo, soltanto un semplice tamponamento ad un altra auto. Ma tanto è bastato perché il furgoncino con la scorta si fermassero per effettuare l'accertamento dei danni.

MA ROSA NON PARLA - Olindo ha deciso di rendere delle dichiarazioni spontanee, come già mercoledì aveva ipotizzato il suo avvocato, Enzo Pacia. La moglie, Rosa Bazzi, invece, sempre secondo quanto ha riferito il legale, potrebbe rinunciare all'esame e avvalersi della facoltà di non parlare. «La nostra assistita - ha spiegato sempre Pacia - è due giorni che piange ininterrottamente, soprattutto dopo le pesanti accuse rivolte da Mario Frigerio». Non ci sarà, quindi, un interrogatorio, come sembrava dovesse essere dopo l'udienza di martedì scorso, nel senso che ai coniugi non potranno essere poste domande.

I PRECEDENTI INTERVENTI - L'ex netturbino aveva già reso dichiarazioni spontanee in altre due occasioni: durante l'udienza preliminare per dire che era «innocente» e per ritrattare sostanzialmente le confessioni rese davanti a pm e gip e, più di recente, in dibattimento. Disse di aver subito una sorta di «lavaggio del cervello» da parte di due marescialli dei carabinieri, mentre, nel carcere del Bassone di Como erano andati per prendergli le impronte digitali. Circostanze smentite dai militari, i quali avevano detto in aula che fu Olindo a dire loro di volersi liberare la coscienza e, mentre erano in attesa del magistrato davanti al quale avrebbe confessato, era «un fiume in piena di parole» sulla dinamica della strage.



28 febbraio 2008

La caccia al colpevole perfetto e l'inchiesta è finita in un pantano - cronaca - Repubblica.it

La caccia al colpevole perfetto e l'inchiesta è finita in un pantano - cronaca - Repubblica.it

L'inchiesta ha tanti buchi quanti ce ne sono nel ventre di Gravina in Puglia. Il padre era il colpevole perfetto e sembra proprio un brutto pasticcio giudiziario quello che si sta per rivelare intorno alla morte di Francesco e Salvatore, i fratellini ritrovati in fondo a una caverna. Errori, passi falsi, incertezze investigative.

Il "caso" è raccontato soprattutto da una frase, due righe scritte da quei magistrati di Bari che hanno deciso l'arresto del padre per l'omicidio dei suoi figli. È alla pagina 165 dell'ordinanza di custodia cautelare contro Filippo Pappalardi: "Sarà sua cura, se lo vorrà, spiegare a questa Autorità Giudiziaria dove li abbia portati e, soprattutto, dove gli stessi siano attualmente". I procuratori hanno praticamente chiesto all'imputato di fornire le prove che loro non avevano trovato. È la sintesi di un'investigazione, il riassunto di diciassette mesi di ricerche.

È la fine del novembre del 2007, il padre violento è appena finito in carcere per avere ammazzato i due bimbi, l'inchiesta è chiusa e con una rapidità sorprendente - 15 minuti è il conto che fa Angela Aliani, l'avvocato di Pappalardi - il Tribunale del riesame conferma l'impianto accusatorio che indica nel violento autotrasportatore l'assassino di Salvatore e Francesco.

"Filippo Pappalardi non può confessare quello che non ha fatto, è incredibile, i procuratori dicono che è stato lui a uccidere i suoi figli senza però dimostrarlo con gli atti", accusa sempre l'avvocato Aliani dopo aver letto le carte sull'arresto del padre padrone. E denuncia, dopo il Tribunale del riesame: "Quei giudici sono senza pudore, poco più di un quarto d'ora per decidere su una situazione così complessa, significa che sapevano già come sarebbe andata a finire prima di entrare in camera di consiglio: scandaloso".

Bisogna cominciare dalla fine per ricostruire questa inchiesta che vacilla sempre di più dopo la scoperta dei corpicini, la loro posizione in fondo al pozzo (erano distanti uno dall'altro, segno inequivocabile che erano ancora vivi, che uno dei due si è spostato di almeno quindici metri), il luogo inaccessibile senza essere visti da qualcuno, la frattura del femore del bambino più grande. Bisogna cominciare da quell'ordinanza di custodia cautelare quando i magistrati arrivano all'assassino. Interpretando malamente parole intercettate. Credendo frettolosamente a una tardiva testimonianza. Lasciandosi trasportare da suggestioni per azzardare ipotesi che oggi sembrano smentite dai fatti.

Per esempio. Nell'atto di accusa i magistrati scrivevano ancora: "Solo la perfetta conoscenza del territorio, l'indagato ha fatto anche il pastore, poteva agevolare l'occultamento dei cadaveri rendendo vane le ricerche fin qui operate in un luogo impervio come quello della Murgia ricca di gravine e pozzi".

Il pozzo della morte non era così lontano, appena cinquecento metri dalla piazza Quattro Fontane, il centro di Gravina in Puglia, l'ultimo posto dove - secondo l'accusa - avevano avvistato Francesco e Salvatore. Era stato controllato quel pozzo ma distrattamente, qualcuno si era avventurato sul precipizio di quella "bocca" sul terrazzino del caseggiato abbandonato, aveva gettato un'occhiata in fondo e poi se n'era andato. Non aveva visto niente. È stato un controllo scrupoloso? E come si fa un controllo scrupoloso dentro un pozzo quando si cercano i cadaveri di due bambini? Con una torcia? Con i vigili del fuoco? Scendendo con le corde nei sotterranei?

Quello che sappiamo di sicuro è che i "soccorsi" di lì sono passati, hanno lasciato una freccia di vernice rossa e se ne sono andati. Francesco e Salvatore c'erano ma non li hanno trovati. I soccorsi? Quali soccorsi? "Le ricerche sono scattate solo il giorno dopo la scomparsa dei bambini", ricorda l'avvocato Aliani.

In verità la ricostruzione della polizia è un po' diversa. Alle 23,50 del 5 giugno 2006, Filippo Pappalardi e la sua compagna Rosa Ricupero si sono presentati al commissariato. Parlano con un poliziotto, raccontano che Francesco e Salvatore si sono allontanati "e comunque non sporgono una formale denuncia di scomparsa". Un paio di ore dopo, "esattamente all'1,40 del mattino del 6 giugno, il Pappalardi si portava nuovamente presso il commissariato senza entrarvi, citofonicamente, comunicava di non avere ricevuto più notizia dei suoi figli".

Alle 7 il padre è contattato telefonicamente dai poliziotti del commissariato di Gravina, gli chiedono se ha trovato Francesco e Salvatore, lui risponde di no. Invitato a tornare in commissariato, dice che non può, sta lavorando. È in quel momento che, a torto o a ragione, nasce il primo sospetto sul padre "assassino".

Il resto dell'indagine sono quasi due anni all'inseguimento di un indizio. La pista "romena", le sette sataniche, i pedofili. E di voci captate ai telefoni o dalle microspie. Quella del padre più di tutte. Una mattina è con suo cognato Giuseppe, sono in campagna per dar da mangiare ai cani. Filippo dice al cognato: "È da sabato o da domenica che non vengo qua, dovessero pure morire i cani qua". È una tipica espressione dialettale ma quelle sono parole che lo inchiodano, quel "pure" porta Filippo Pappalardi in galera. Anche se le ruspe scavano e scavano in quel terreno ma non trovano niente.

Un'altra telefonata intercettata, un altro indizio contro il padre: "Mai successa la morte di due fratelli, eh". Filippo Pappalardi "dava per scontato" che i suoi figli non ci fossero più. Quindi sapeva, lo sapeva soltanto lui, perché lui li aveva uccisi. Il profilo dell'indiziato si adattava ai sospetti: prepotente e manesco. Anche la sua miserabile vita era quella ideale per un assassino.

La sua tragica storia familiare, la sua provenienza sociale, i suoi modi selvatici, la sua strafottenza nei confronti dei magistrati che l'avevano interrogato per due volte. L'identikit di un omicida perfetto. Un colpevole "a tutti i costi". La giustizia, si sa, è uguale per tutti.


(28 febbraio 2008)